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Condotta dolosa o gravemente colposa ostativa al diritto alla riparazione. Avv. Rosanna De Canio.

Condotta dolosa o gravemente colposa ostativa al diritto alla riparazione. Avv. Rosanna De Canio.

Condotta dolosa o gravemente colposa del detenuto quale condizione ostativa al riconoscimento del  diritto all’equa riparazione per ingiusta detenzione: ambito di applicabilità e limiti.

L’istituto della riparazione per ingiusta detenzione ha trovato ingresso nel nostro sistema solo con il nuovo codice di procedura penale del 1988, sulla scorta dell’esigenza, già avvertita da tempo, di porre rimedio al pregiudizio subito da chi fosse rimasto vittima dell’erroneo esercizio della giurisdizione penale cautelare.

Il diritto alla riparazione viene riconosciuto nell’art. 314, comma 1, c.p.p. con riferimento all’ipotesi di una custodia cautelare (carceraria o domiciliare) ritenuta ingiusta sulla base del dato postumo del definitivo proscioglimento del soggetto richiedente (c.d. ingiustizia sostanziale).
Peraltro, in tal caso, il riconoscimento del diritto è esplicitamente subordinato alla condizione della inesistenza di una condotta dolosa o gravemente colposa del soggetto causativa o concausativa della custodia cui è stato sottoposto.

Il secondo comma, invece, garantisce lo stesso diritto a chi abbia subito una custodia cautelare di cui sia stata accertata, con decisione irrevocabile, la non conformità alle previsioni di cui agli artt. 273 e 280 c.p.p., a prescindere dall’esito del giudizio di merito ( c.d. ingiustizia formale).
Ebbene, sia in dottrina che in giurisprudenza, ci si è domandati se la condizione ostativa dell’aver dato o concorso a dare causa alla misura custodiale per dolo o colpa grave sia applicabile anche all’ipotesi di cui all’art. 314 comma 2 c.p.p., non essendovi espressamente fatta menzione come nel comma 1 dello stesso articolo.

In effetti, se ci si limitasse a considerare il solo dato testuale della norma in esame, si potrebbe ritenere che nella unica ipotesi di ingiustizia sostanziale, di cui al primo comma, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione sia subordinato all’assenza di una condotta dolosa o gravemente  colposa del richiedente, tale da essere causa o concausa dell’applicazione della misura.

Analoga previsione non dovrebbe, invece, essere applicata nell’ipotesi di ingiustizia formale di cui al secondo comma, non essendo espressamente prevista e menzionata: pertanto, in tal caso, presupposto necessario e sufficiente per il riconoscimento del diritto all’equa riparazione sarebbe la sola pronuncia definitiva di accertamento dell’insussistenza delle condizioni di applicabilità della misura custodiale.

Peraltro, la giurisprudenza e la dottrina dominante ritengono al contrario che, in virtù della natura squisitamente solidaristica dell’istituto in esame, il diritto alla riparazione debba essere escluso in tutti i casi in cui l’interessato, per dolo o colpa grave, abbia dato o concorso a dare causa alla custodia cautelare sofferta e che tale esclusione non possa riguardare solo l’ipotesi di cui al primo comma dell’art. 314 c.p.p., costituendo un vero e proprio limite interno al diritto alla riparazione, operante sempre ed in ogni caso.

E d’altronde, secondo il principio generale di autoresponsabilità della condotta individuale, il soggetto passivo di un pregiudizio è soltanto chi non lo abbia potuto evitare o non abbia contribuito in qualche modo a determinarlo. 

La questione è stata risolta dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n.32383 del 27.05.2010, con la quale i Giudici di legittimità hanno ritenuto di aderire all’indirizzo maggioritario basandosi prevalentemente sulla ratio sottesa all’istituto della riparazione.

Esso, infatti, non si configura quale risarcimento del danno derivante da un fatto illecito, bensì come misura riparatoria e riequilibratrice nonché in parte compensatrice della componente di alea della persona, che caratterizza la giurisdizione penale cautelare: dunque, la riparazione dell’ingiusta detenzione è dotata di fondamento solidaristico, posto che la legge ha riguardo unicamente alla oggettività della lesione della libertà personale rivelatasi ingiusta con accertamento ex post.

Pertanto, entrambe le ipotesi di cui all’art. 314 c.p.p. sono accomunate proprio dall’elemento della accertata "ingiustizia” della custodia patita, dal quale può conseguentemente trarsi anche la necessità di una disciplina comune che individui nell’assenza di una condotta dolosa o gravemente colposa del detenuto la condizione per ottenere il riconoscimento dell’indennizzo.

Vi sarebbe un’unica ipotesi in cui le sezioni Unite escluderebbero l’operatività della condizione ostativa de quo, ossia quella della obiettiva ingiustizia della custodia cautelare accertata ex ante con decisione irrevocabile, nei casi in cui, cioè, l’accertamento dell’insussistenza ab origine delle condizioni di applicabilità della misura avvenga sulla base degli stessi elementi trasmessi al giudice che ha reso il provvedimento cautelare, in ragione unicamente di una loro diversa valutazione. 

Avv. Rosanna De Canio 
 




Articolo scritto da: avv Rosanna De Canio il 11/09/2017
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